ICBD Club Italiano Cani di Razza e World Dog Federation prendono le distanze dall’ENCI e chiedono alla FCI una posizione chiara

Doveva essere una giornata di festa dedicata ai cani, alla cinofilia internazionale, agli allevatori, agli espositori e agli appassionati. Si è trasformata invece in una tragedia che getta un’ombra pesantissima sulla World Dog Show di Bologna e sull’intero sistema della cinofilia ufficiale.
Tre cani sono morti dopo essere stati lasciati per ore all’interno di due furgoni parcheggiati nell’area fieristica. Secondo quanto riportato da BolognaToday nell’articolo “Tre cani morti nei furgoni alla World Dog Show di Bologna”, gli animali sarebbero stati trovati senza acqua, senza cibo, senza possibilità di uscire e in condizioni ritenute incompatibili con il benessere animale.
La scoperta sarebbe avvenuta nella giornata di giovedì e avrebbe fatto intervenire i carabinieri della stazione Bologna Pilastro. Al termine dei primi accertamenti, due persone — un cittadino italiano e uno straniero, proprietari ed espositori degli animali — sarebbero state denunciate con l’accusa di maltrattamento di animali.
Ma questa vicenda non può essere ridotta soltanto alla responsabilità dei singoli espositori.
Quando tre cani muoiono durante una manifestazione internazionale dedicata ai cani, il problema non è più soltanto individuale. Il problema diventa organizzativo, etico, politico e cinofilo.
Perché il punto non è solo chi ha chiuso quei cani nei furgoni. Il punto è capire quale sistema abbia permesso che ciò accadesse.
Il dettaglio tecnico: sei cani chiusi nei furgoni, tre non sono sopravvissuti
Secondo la ricostruzione pubblicata da BolognaToday, i due furgoni sarebbero arrivati nell’area della manifestazione intorno alle 6.30 del mattino. I mezzi sarebbero poi stati parcheggiati nel cortile interno del distretto fieristico, mentre i proprietari si sarebbero allontanati lasciando gli animali chiusi all’interno.
Nei veicoli si trovavano complessivamente sei cani.
Gli animali, sempre secondo la fonte giornalistica, non avrebbero avuto possibilità di uscire, non avrebbero avuto acqua a disposizione e sarebbero rimasti in un ambiente con ventilazione insufficiente, in giornate caratterizzate da temperature elevate.
Quando i furgoni sono stati riaperti, la situazione sarebbe apparsa immediatamente drammatica. Uno dei cani sarebbe stato trovato già morto all’interno di un furgone. Altri tre esemplari, in condizioni disperate, sarebbero stati trasportati in una clinica veterinaria di Ozzano dell’Emilia nel tentativo di salvarli. Per due di loro, però, non ci sarebbe stato nulla da fare: sarebbero morti poco dopo il ricovero.
Il bilancio complessivo è di tre cani deceduti.
Gli altri due animali trovati nei mezzi avrebbero presentato evidenti segni di disidratazione, ma le loro condizioni sarebbero state giudicate meno gravi.
Le vittime, secondo quanto riportato da BolognaToday, erano tre Drahthaar, cani da ferma a pelo duro, selezionati per la caccia e per le attività sportive. Gli esemplari avrebbero dovuto partecipare alle esposizioni canine previste nell’ambito della World Dog Show.
Fonte: BolognaToday, “Tre cani morti nei furgoni alla World Dog Show di Bologna”
https://www.bolognatoday.it/cronaca/tre-cani-morti-furgoni-world-dog-show-bologna.html
La testimonianza dal posto: l’organizzazione sapeva?
A rendere la vicenda ancora più inquietante è una testimonianza di una persona presente sul posto nei giorni della World Dog Show.
Secondo quanto dichiarato da questa testimone, l’organizzazione sarebbe stata a conoscenza del fatto che alcuni espositori tenevano cani nei furgoni per l’intera giornata, sotto il sole cocente di giugno. Sempre secondo questa testimonianza, anziché procedere con un intervento immediato per far spostare gli animali in aree coperte, sicure e controllate all’interno del quartiere fieristico, sarebbe stato fatto semplicemente un annuncio al microfono chiedendo di aprire i furgoni.
Se questa ricostruzione venisse confermata da altre fonti e dagli accertamenti delle autorità, ci troveremmo davanti a un fatto gravissimo.
Perché significherebbe che la criticità non era invisibile.
Significherebbe che il problema non era sconosciuto.
Significherebbe che qualcuno sapeva che alcuni cani erano tenuti nei mezzi per ore e che, nonostante ciò, la risposta sarebbe stata limitata a un avviso generico.
Aprire le porte di un furgone non è un protocollo di sicurezza. Non è tutela del benessere animale. Non è prevenzione. È una misura minima, insufficiente, quasi burocratica, davanti a un rischio enorme, concreto e prevedibile.
Se davvero l’organizzazione era a conoscenza della presenza di cani nei furgoni, la domanda diventa inevitabile:
Perché non si è intervenuti immediatamente?
Perché non sono stati effettuati controlli nei parcheggi?
Perché non è stato imposto lo spostamento degli animali in zone coperte e sicure?
Perché non è stata sospesa la partecipazione di chi non rispettava condizioni minime di benessere?
Perché, in una manifestazione dedicata ai cani, i cani sarebbero stati lasciati fuori dal centro reale delle priorità?
Il benessere animale non può fermarsi al bordo del ring
La cinofilia ufficiale parla spesso di selezione, standard, giudizi, titoli, qualifiche, pedigree, ring d’onore, campionati, classifiche e premi.
Ma il benessere animale non si misura soltanto dentro il ring.
Si misura nei parcheggi.
Si misura nei trasportini.
Si misura nei furgoni.
Si misura nelle ore di attesa.
Si misura nella gestione del caldo.
Si misura nella capacità di dire no a un espositore che mette a rischio i propri animali.
Si misura nella presenza di controlli reali, non simbolici.
Un cane non è protetto solo quando entra in esposizione, pettinato, giudicato e fotografato. Un cane deve essere protetto prima, durante e dopo la gara. Deve essere protetto quando nessuno lo vede. Deve essere protetto quando non produce spettacolo, quando non porta titoli, quando non è davanti al giudice, quando è chiuso in un trasportino, quando aspetta, quando soffre.
Se il sistema garantisce attenzione soltanto alla parte visibile dell’evento, allora non sta davvero tutelando il cane. Sta tutelando l’immagine della manifestazione.
E questa tragedia impone una domanda brutale:
alla World Dog Show di Bologna il benessere animale era davvero al primo posto oppure è stato sacrificato alla macchina dell’evento?
I costi, la pressione e le scelte sbagliate
C’è un altro tema che il mondo cinofilo deve avere il coraggio di affrontare: la pressione economica e organizzativa.
Partecipare a una manifestazione internazionale come la World Dog Show non è una cosa semplice. Per molti espositori non è nemmeno una scelta puramente amatoriale: è visibilità, reputazione, lavoro, selezione, contatti, mercato, immagine.
Ma partecipare costa.
Costano le iscrizioni. Costano i viaggi. Costano i pernottamenti. Costano i parcheggi. Costano i documenti. Costano i trasporti. Costano le giornate di permanenza. Costano gli spazi. Costano le soluzioni logistiche.
Quando un evento diventa quasi obbligatorio per chi vive di cinofilia, ma allo stesso tempo diventa economicamente pesante, il rischio è che alcuni espositori facciano scelte sbagliate per risparmiare o semplificare.
Questo non giustifica nulla.
Lasciare cani chiusi in un furgone sotto il caldo è inaccettabile.
Ma un’organizzazione seria deve prevenire proprio questo. Deve sapere che, in eventi enormi e complessi, alcuni partecipanti possono prendere decisioni sbagliate. E proprio per questo deve imporre regole chiare, controlli severi e soluzioni obbligatorie.
Se il benessere animale è davvero la priorità, allora le aree sicure per i cani non possono essere un lusso. Non possono essere un servizio accessorio. Non possono dipendere da quanto un espositore può spendere.
Devono essere una condizione minima per partecipare.
Non è la prima volta: il precedente di Rende
Questa tragedia ricorda inevitabilmente altri casi già accaduti nel mondo delle esposizioni canine.
Nel 2016, durante la 21ª Esposizione Canina di Rende, diversi cani morirono all’interno di un furgone, secondo le ricostruzioni dell’epoca probabilmente a causa di un guasto al sistema di condizionamento. Anche allora si parlò di cani nei mezzi, caldo, attese, tragedia.
Quell’episodio avrebbe dovuto cambiare tutto.
Avrebbe dovuto portare a protocolli nazionali obbligatori.
Avrebbe dovuto rendere impossibile lasciare cani incustoditi nei veicoli durante esposizioni e manifestazioni.
Avrebbe dovuto imporre controlli nei parcheggi, sanzioni immediate, divieti chiari e procedure di emergenza.
E invece, anni dopo, siamo ancora qui.
Ancora cani.
Ancora furgoni.
Ancora caldo.
Ancora morti.
Ancora dichiarazioni di dolore dopo che il danno è ormai irreparabile.
ICBD e World Dog Federation prendono le distanze
Come ICBD Club Italiano Cani di Razza, e come rappresentanti italiani e membri ufficiali della World Dog Federation, prendiamo nettamente le distanze dall’ENCI e da questa manifestazione.
La nostra idea di cinofilia non può accettare che, nel contesto di un grande evento internazionale dedicato ai cani, si arrivi a contare animali morti nei furgoni.
La sana cinofilia non è fatta solo di titoli, ring, coppe e classifiche.
La sana cinofilia è prima di tutto tutela, responsabilità, rispetto, prevenzione e amore reale per il cane.
Un evento cinofilo che non riesce a garantire condizioni minime di sicurezza agli animali presenti deve essere messo in discussione in profondità. Non basta individuare eventuali responsabilità individuali. Bisogna verificare se il sistema organizzativo abbia funzionato o se abbia fallito.
E se ha fallito, non si può voltare pagina con una comunicazione formale.
Bisogna cambiare regole, controlli e mentalità.
Per questo, chiediamo pubblicamente anche alla FCI, in quanto federazione internazionale di riferimento, di prendere una posizione chiara, forte e indipendente rispetto a quanto accaduto.
La FCI non può limitarsi al silenzio o alla distanza istituzionale.
Se il benessere animale è davvero un principio fondante della cinofilia internazionale, allora la FCI deve dimostrarlo con i fatti. Deve chiedere chiarimenti. Deve pretendere relazioni ufficiali. Deve verificare protocolli, responsabilità, omissioni e misure future. E, se necessario, deve prendere le distanze da una manifestazione in cui la tutela degli animali non è stata garantita fino in fondo.
La morte di tre cani non può essere trattata come un incidente collaterale dentro un evento di successo.
Tre cani morti sono un fallimento.
Un fallimento umano.
Un fallimento organizzativo.
Un fallimento cinofilo.
Le domande che ENCI deve affrontare
ENCI e l’organizzazione della World Dog Show devono rispondere pubblicamente a domande precise.
Erano previsti controlli nei parcheggi?
Chi aveva il compito di verificare la presenza di cani nei furgoni?
Esisteva un protocollo caldo?
Esistevano aree gratuite, coperte, ventilate e sicure per ospitare i cani in attesa?
Gli espositori erano obbligati a utilizzare aree sicure oppure potevano lasciare gli animali nei mezzi?
L’organizzazione era stata informata della presenza di cani nei furgoni?
Sono stati fatti annunci al microfono?
Se sì, perché ci si è limitati ad annunciare e non si è intervenuti direttamente?
Chi doveva controllare?
Chi non ha controllato?
Chi doveva impedire che dei cani restassero per ore nei veicoli?
Queste domande non sono polemica. Sono necessarie.
Perché quando muoiono tre cani, la trasparenza non è una cortesia: è un dovere.
Cosa deve cambiare subito
Dopo una tragedia del genere, non bastano cordoglio, frasi di circostanza o comunicati prudenti.
Servono misure immediate.
In tutte le manifestazioni canine dovrebbero essere introdotti:
- divieto assoluto di lasciare cani incustoditi nei veicoli;
- controlli obbligatori e continui nei parcheggi;
- personale autorizzato a intervenire immediatamente in caso di rischio;
- aree coperte, ventilate e sicure incluse nell’organizzazione dell’evento;
- protocolli caldo con soglie di temperatura e sospensione delle attività;
- presenza veterinaria operativa con potere di intervento;
- sanzioni immediate per espositori che violano le regole;
- responsabilità organizzative chiare in caso di mancato controllo;
- report pubblici sugli incidenti e sulle criticità emerse.
Il benessere animale non può essere lasciato alla buona volontà dei singoli.
Deve essere imposto, verificato, documentato e garantito.
Questa è la ragione della nostra campagna di informazione
Adesso forse sarà più chiaro il senso della nostra campagna di informazione.
Non si tratta di attaccare per principio.
Non si tratta di fare polemica sterile.
Non si tratta di usare una tragedia per visibilità.
Si tratta di pretendere verità.
Si tratta di impedire che ciò accada di nuovo.
Si tratta di ricordare a tutto il mondo cinofilo che i cani non sono strumenti da esposizione, non sono trofei viventi, non sono numeri di catalogo, non sono accessori da competizione.
Sono esseri viventi.
E quando muoiono dentro furgoni parcheggiati durante una manifestazione cinofila, nessuno può dire: “Non è un problema nostro”.
È un problema di tutti.
È un problema dell’organizzazione.
È un problema degli enti.
È un problema della cinofilia ufficiale.
È un problema della cultura che ha permesso di mettere il risultato, la logistica, il programma e l’apparenza prima della sicurezza degli animali.
Conclusione: senza benessere animale, non esiste cinofilia
La World Dog Show di Bologna doveva essere una vetrina mondiale della cinofilia.
Oggi rischia di diventare il simbolo di una contraddizione insopportabile: celebrare i cani dentro i ring mentre fuori alcuni cani morivano nei furgoni.
Non è accettabile.
Non è archiviabile.
Non è minimizzabile.
Come ICBD Club Italiano Cani di Razza e come rappresentanti italiani e membri ufficiali della World Dog Federation, ribadiamo con fermezza la nostra distanza da ENCI e da questa manifestazione, e chiediamo alla FCI di fare lo stesso, assumendo una posizione pubblica e coerente con i principi di tutela animale che ogni federazione cinofila dovrebbe difendere.
Perché senza benessere animale non esiste sana cinofilia.
Esiste solo spettacolo.
Esistono solo interessi.
Esistono solo coppe, titoli e passerelle.
Ma la cinofilia vera comincia da una cosa semplice: proteggere il cane.
E a Bologna, tre cani non sono stati protetti.
