Il confronto tra un cane appartenente a una razza riconosciuta FCI, con pedigree ENCI, e un American Pit Bull Terrier standard WDF, con certificazione genealogica privatistica ICBD, mostra uno dei punti più delicati del DDL 1572: il rischio di trasformare il tipo di pedigree in una linea di separazione giuridica tra cani “riconosciuti” e cani “sospetti”.
Il tema diventa ancora più grave quando si parla di American Pit Bull Terrier, perché questa razza è spesso al centro di narrazioni mediatiche e politiche fondate più sulla categoria che sul singolo soggetto.
L’importanza della tracciabilità genealogica nelle razze non FCI
Proprio per le razze non riconosciute dal circuito FCI/ENCI, come l’American Pit Bull Terrier, diventa ancora più importante disporre di una certificazione genealogica seria, tracciabile e verificabile.
L’errore non è avere un sistema genealogico diverso da ENCI. L’errore sarebbe non avere alcun sistema di controllo.
Un pedigree privatistico, se gestito con rigore, non deve essere visto come un pericolo, ma come uno strumento di responsabilità. Serve a ricostruire le linee di sangue, individuare i riproduttori, evitare accoppiamenti casuali, monitorare eventuali problemi sanitari o caratteriali e impedire che soggetti non idonei vengano messi in riproduzione senza controllo.
Nel caso di razze potenti, selezionate storicamente per caratteristiche fisiche e temperamentali importanti, la tracciabilità genealogica è fondamentale. Non basta sapere “che cane è”. Bisogna sapere da dove viene, da quali linee discende, quali soggetti sono stati usati in riproduzione, quali risultati sanitari e comportamentali hanno prodotto, quali criticità si sono manifestate nel tempo.
Questo vale ancora di più per l’American Pit Bull Terrier. Una razza non FCI non dovrebbe essere lasciata nell’invisibilità documentale. Al contrario, dovrebbe essere seguita con maggiore attenzione proprio perché, non rientrando nel libro genealogico ENCI, necessita di registri alternativi capaci di garantire ordine, memoria selettiva e responsabilità.
La certificazione genealogica privatistica, quindi, può avere una funzione importante: non sostituire ENCI, non confondersi con ENCI, ma documentare un percorso selettivo diverso, dichiarato in modo trasparente.
A questa tracciabilità dovrebbe affiancarsi una selezione caratteriale seria. I soggetti destinati alla riproduzione dovrebbero essere valutati non solo per morfologia e salute, ma anche per equilibrio, stabilità emotiva, socialità, gestione dello stress, reattività, recupero dopo stimolo, rapporto con l’uomo e compatibilità con la vita sociale.
Un cane squilibrato, eccessivamente reattivo, ingestibile, aggressivo senza controllo o incapace di recuperare equilibrio dopo uno stimolo non dovrebbe essere messo in riproduzione, a prescindere dal pedigree che possiede. Questo vale per un cane ENCI e vale per un cane ICBD/WDF. Il documento genealogico non deve essere una copertura: deve essere uno strumento di controllo.
La vera prevenzione nasce proprio da qui: non dalla cancellazione delle razze non FCI, ma dalla loro tracciabilità. Non dalla demonizzazione del Pit Bull, ma dall’obbligo morale e tecnico di selezionare soggetti sani, equilibrati e idonei. Non dalla distinzione tra pedigree “buoni” e pedigree “cattivi”, ma dalla capacità di dimostrare che dietro un cane esiste un percorso selettivo controllato.
Una normativa intelligente dovrebbe incentivare questo tipo di lavoro. Dovrebbe favorire registri trasparenti, test caratteriali, controlli sanitari, identificazione dei riproduttori, esclusione dei soggetti problematici e responsabilità degli allevatori. Dovrebbe chiedere più tracciabilità, non meno. Più documentazione, non cancellazione. Più valutazione individuale, non presunzione di colpa per categoria.
Perché se davvero si vuole evitare che soggetti squilibrati vengano riprodotti, la soluzione non è negare valore ai pedigree privatistici. La soluzione è pretendere che anche questi pedigree siano accompagnati da controlli seri, verificabili e coerenti.
Un cane senza tracciabilità è più difficile da valutare.
Un cane senza memoria genealogica è più difficile da selezionare.
Un cane senza test caratteriali è più difficile da gestire responsabilmente.
Per questo, soprattutto nelle razze non FCI, il pedigree e la certificazione genealogica non sono un capriccio commerciale: sono strumenti di prevenzione.
Il paradosso del DDL 1572 è che, nel tentativo di creare sicurezza, rischia di penalizzare proprio chi prova a documentare, tracciare e controllare. Se il cane non ENCI viene automaticamente assimilato a “meticcio” o “incrocio”, allora si scoraggia la registrazione alternativa e si spinge una parte della cinofilia verso l’invisibilità. E l’invisibilità è il contrario della sicurezza.
Una legge seria dovrebbe invece dire: ogni cane destinato alla riproduzione, ENCI o non ENCI, deve essere identificabile, tracciabile, valutato e selezionato. Solo così si può evitare che soggetti squilibrati, problematici o inadatti vengano riprodotti.
Il problema non è il pedigree privatistico.
Il problema è l’assenza di controllo.
E dove esiste un sistema che traccia genealogia, selezione e carattere, quel sistema non dovrebbe essere cancellato o penalizzato, ma regolato, verificato e valorizzato come parte della prevenzione.
1. Due sistemi documentali diversi non significano due cani giuridicamente diversi
Un cane con pedigree ENCI/FCI appartiene a un circuito genealogico ufficialmente riconosciuto in Italia. ENCI si definisce ente a carattere tecnico-economico per la tutela delle razze canine riconosciute pure e gestisce il Libro Origini Italiano.
L’American Pit Bull Terrier, invece, non rientra nel sistema ENCI/FCI come razza riconosciuta da quel circuito. Ciò non significa però che non possa avere genealogia, standard, registri, selezione o certificazione. Esistono infatti registri e associazioni che riconoscono l’American Pit Bull Terrier secondo propri standard e propri sistemi genealogici; WDF pubblica uno standard specifico per APBT e ICBD dichiara che i propri servizi hanno natura privatistica e sono validi nel sistema associativo WDF, senza collegamento con ENCI o FCI.
Quindi la distinzione corretta non è:
cane ENCI = cane di razza
American Pit Bull Terrier ICBD/WDF = meticcio o cane senza identità
La distinzione corretta è:
cane ENCI/FCI = cane iscritto al circuito genealogico ufficiale ENCI/FCI
American Pit Bull Terrier WDF/ICBD = cane con certificazione genealogica privatistica, esterna al circuito ENCI/FCI
Questa è una differenza documentale e associativa. Non dovrebbe diventare automaticamente una differenza di valore, di liceità o di presunta pericolosità.
2. La normativa attuale consente allevamento, riproduzione e vendita, purché ci sia trasparenza
L’attuale quadro italiano non vieta in assoluto la vendita di cani privi di pedigree ENCI. Il punto giuridico è la corretta qualificazione commerciale: non si può vendere un cane come “di razza” nel senso riconosciuto dal sistema ENCI/FCI se non possiede il relativo pedigree. Diverse ricostruzioni giuridiche chiariscono che in Italia la vendita di cani senza pedigree non è vietata in sé; è vietato presentarli come cani di razza iscritti al sistema riconosciuto quando non lo sono.
Applicato al caso concreto:
un cane FCI con pedigree ENCI può essere venduto come cane appartenente a razza riconosciuta ENCI/FCI;
un American Pit Bull Terrier WDF/ICBD può essere allevato, riprodotto e ceduto come soggetto con certificazione genealogica privatistica ICBD/WDF, purché non venga presentato falsamente come cane ENCI/FCI.
Quindi il punto non è sostenere che i due documenti siano uguali. Non lo sono.
Il punto è impedire che una differenza tra registri venga trasformata in una differenza normativa tra cani.
3. Il rischio del DDL 1572: creare una disparità basata sul pedigree, non sul cane
Il DDL 1572 è incardinato al Senato come proposta sulle “norme specifiche per alcune tipologie di cani a tutela del loro benessere e della pubblica incolumità”. Proprio perché riguarda obblighi, restrizioni e sicurezza pubblica, deve usare criteri solidi, verificabili e proporzionati.
Se la normativa dovesse distinguere tra soggetti ENCI e soggetti non ENCI, il risultato sarebbe pericoloso:
Caso Documento Rischio normativo
Cane di razza FCI con pedigree ENCI Pedigree ufficiale ENCI/FCI Possibile trattamento più favorevole
American Pit Bull Terrier WDF/ICBD Certificazione genealogica privatistica Possibile trattamento più gravoso o assimilazione a categoria sospetta
In questo modo, il cane non verrebbe valutato per ciò che è, ma per il circuito documentale da cui proviene.
Un American Pit Bull Terrier sano, tracciato, selezionato, socializzato, educato, gestito da proprietario competente e certificato in modo trasparente nel circuito WDF/ICBD potrebbe essere trattato peggio di un altro cane solo perché non possiede un pedigree ENCI.
Questa non è prevenzione. È discriminazione documentale.
4. La pericolosità deve essere valutata sul singolo soggetto, non sulla razza
Il punto decisivo è la pericolosità.
Un cane non è pericoloso perché appartiene a una categoria. Un cane può diventare pericoloso per una combinazione di fattori: selezione irresponsabile, mancata socializzazione, gestione scorretta, addestramento violento, isolamento, dolore, patologie, paura, precedenti aggressivi, contesto familiare inadatto, incapacità del proprietario.
La razza può descrivere predisposizioni fisiche, storia selettiva, potenza, motivazioni comportamentali o attitudini. Ma non può sostituire la valutazione del singolo individuo.
FNOVI ha criticato l’impostazione delle liste di razze nel contesto del DDL 1572, definendola discriminatoria e scientificamente carente, proprio perché non affronta le cause profonde dei problemi comportamentali. Anche il testo del DDL richiama la precedente ordinanza “Martini”, che aveva superato le black list perché “non è possibile stabilire il rischio di una maggiore aggressività di un cane sulla base dell’appartenenza a una razza o ai suoi incroci”.
Questo principio è fondamentale.
La domanda giusta non è:
“È un Pit Bull?”
La domanda giusta è:
“Questo specifico cane è equilibrato? È socializzato? È gestito correttamente? Ha precedenti? È detenuto in condizioni idonee? Il proprietario è competente? Esistono segnali comportamentali problematici valutati da professionisti?”
Una legge seria dovrebbe partire da qui.
5. L’American Pit Bull Terrier non può essere ridotto a una categoria politica
L’American Pit Bull Terrier è spesso trattato come simbolo del “cane pericoloso”. Questo è un errore culturale e giuridico.
È una razza potente, atletica, con caratteristiche fisiche importanti, e proprio per questo richiede proprietari competenti, gestione responsabile, socializzazione accurata, selezione seria e controlli reali. Negare queste esigenze sarebbe sbagliato.
Ma è altrettanto sbagliato sostenere che ogni American Pit Bull Terrier sia, per definizione, un pericolo pubblico.
Tra un soggetto equilibrato e uno problematico possono esserci differenze enormi. La selezione, l’ambiente, l’esperienza, la conduzione e il proprietario contano moltissimo. Penalizzare l’intera categoria significa colpire anche i soggetti corretti, gli allevatori responsabili e i proprietari competenti.
La sicurezza pubblica non aumenta quando si crea uno stigma. Aumenta quando si individuano i casi reali di rischio.
6. Il pedigree ENCI non può diventare un lasciapassare, e il pedigree ICBD non può diventare un marchio negativo
Il pedigree ENCI ha una funzione importante nel proprio sistema: genealogia, tracciabilità, appartenenza a razze riconosciute FCI/ENCI.
La certificazione ICBD/WDF ha una funzione diversa: documenta un percorso genealogico privatistico, esterno a ENCI/FCI.
Ma nessuno dei due documenti, da solo, può dire se un cane sia pericoloso o sicuro.
Un cane ENCI può essere mal gestito.
Un cane ICBD può essere gestito responsabilmente.
Un cane FCI può avere problemi comportamentali.
Un American Pit Bull Terrier WDF può essere equilibrato e socialmente affidabile.
La legge non dovrebbe premiare o punire il documento. Dovrebbe valutare il cane.
7. Testo pronto da usare
Nel confronto tra un cane appartenente a una razza riconosciuta FCI con pedigree ENCI e un American Pit Bull Terrier standard WDF con certificazione genealogica privatistica ICBD emerge con forza la criticità della nuova impostazione normativa.
Oggi l’ordinamento consente l’allevamento, la riproduzione e la vendita di entrambi i soggetti, purché vi sia correttezza nella qualificazione commerciale e trasparenza verso l’acquirente. Il cane con pedigree ENCI può essere presentato come soggetto appartenente al circuito ufficiale ENCI/FCI. L’American Pit Bull Terrier con certificazione ICBD/WDF deve essere dichiarato per ciò che è: un soggetto con genealogia privatistica, non ENCI e non FCI, riferito a un diverso sistema di standard e registrazione.
Questa distinzione è legittima sul piano documentale. Diventa invece inaccettabile se viene trasformata in una differenza normativa.
Un American Pit Bull Terrier non diventa pericoloso perché non possiede pedigree ENCI. Non diventa automaticamente meticcio perché è registrato in un circuito privatistico. Non diventa privo di identità perché la sua razza non rientra nel sistema FCI. Allo stesso modo, un cane con pedigree ENCI non diventa automaticamente sicuro, equilibrato o non aggressivo solo perché appartiene al circuito riconosciuto.
La sicurezza pubblica non può fondarsi sul tipo di pedigree. Deve fondarsi sul cane reale.
La pericolosità deve essere valutata sul singolo soggetto, non sulla categoria della razza. Un cane va osservato per il suo comportamento, la sua storia, la sua socializzazione, la sua salute, le condizioni di detenzione, la competenza del proprietario e l’eventuale presenza di precedenti o segnali di rischio. Nessun documento genealogico può sostituire questa valutazione.
Se due cani sono allevati con controlli sanitari, tracciabilità, selezione responsabile, corretta gestione e trasparenza verso l’acquirente, non si comprende perché una legge debba attribuire a uno una posizione più favorevole e all’altro una posizione più gravosa solo in base al registro genealogico di appartenenza.
Il rischio del DDL 1572 è creare una gerarchia artificiale: da una parte il cane ENCI, riconosciuto e potenzialmente agevolato; dall’altra tutto ciò che è fuori ENCI, compreso l’American Pit Bull Terrier certificato ICBD/WDF, ridotto a categoria sospetta o penalizzata.
Questa impostazione non tutela il cittadino. Non tutela il cane. Non tutela la cinofilia. Trasforma un certificato genealogico in una barriera normativa e una razza in un bersaglio politico.
La legge dovrebbe colpire la vendita ingannevole, l’allevamento irresponsabile, la detenzione negligente, la mancata socializzazione, l’addestramento coercitivo, l’assenza di controlli e la gestione pericolosa. Non dovrebbe colpire chi dichiara correttamente una certificazione genealogica privatistica, lavora su linee tracciate e informa l’acquirente in modo trasparente.
Il punto, quindi, non è sostenere che un American Pit Bull Terrier ICBD/WDF sia un cane ENCI. Non lo è, e non deve essere dichiarato come tale.
Il punto è impedire che questa differenza documentale venga usata per trattarlo come cane di minor valore giuridico o come soggetto pericoloso per presunzione.
Perché un cane non è il suo certificato.
E un cane non è pericoloso per decreto, per razza o per pregiudizio.
Una legge seria deve valutare il singolo soggetto, il suo comportamento reale e la responsabilità di chi lo detiene. Tutto il resto rischia di essere solo discriminazione travestita da sicurezza.
